rodisio

LONTANI DA CASA

percorso di formazione teatrale per un’educazione
ad una nuova cittadinanza

 

a cura di
Manuela Capece, Davide Doro, Consuelo Ghiretti

 

con
Luca Chiarioni, Alexander Rozhnev, Kesjana Jangulli, Martina Maccione, Pamela Otero, Alessandra Andreoli, Rossella Canuti, Ludwig Boddin, Martin Camacho, Scandar Hananias, Elizabeth Jenkins, Schandra Martinez, Ryota Myazaki, Line Sverdrup, Johanna Widmer, Anqi Alyx Xue, Gisella Alija, Sabrin Ammar Soussi, Marina Grillo Kevapil, Jackson Alexander Siegler, Dulcinea Andreis, Jessica Armanetti, Giulia Attenasio, Sara Barbuti, Susan Bolzoni, Alessandra Bonati, Ilaria Bonini, Aura Caldarini, Sara Carcassi, Elisabetta Cavalca, Ester Fogassi, Laura Guglielmo, Chiara Keller, Veronica Leonetti, Antonella Marino, Gaia Mattioli, Elise Menna, Vittoria Pappalardo, Giulia Peri Carfani, Dalila Reas, Eleonora Salamone, Romana Sogos, Chiara Teggi, Stela Todiras, Pierpaolo Bacchi, Lorenzo Becchetti, Michael Begnardi, Manuel Buonocore, Christian Cavalli, Thomas Cristilli, Samuele D’aleno, Oussama El Atrochi, Davide Faelli, Marco Felloni, Maikol Finardi, Massimiliano Garavaldi, Steven Montalto, Mario Pignataro, Matteo Samini, Mattia Sofo, Lorenzo Spigaroli, Marco Tonna

 

con la collaborazione di
Andrea Bovaia
Silvia Chironi
I.P.S.S.C.T.S. P. Giordani di Parma
Clelia Maestri
Onlus Intercultura – Centro Locale di Parma
Educ – Progetto Educazione ai Diritti Umani e alla Cittadinanza
Roberta Roberti
I.T.I.S. Leonardo da Vinci di Parma
Emilietta Bussacchini
Liceo d’arte P. Toschi di Parma

 


 

Qua e là qualche grido è ammesso, riesce a passare, qualche picco acuto, qualche critica, qualche visione laterale, qualche stonatura, qualche dissenso.
Qua e là.
Non tutti sono assenti.
Non tutti.

La città ormai è decentrata e le comunità che la popolano, chiuse in se stesse, non hanno ancora trovato una piazza in cui diventa possibile incontrarsi.
Ma il futuro è in questo incontro, dove il diritto di appartenenza si concilia con il diritto di uguaglianza e libertà.
Educare alla ritualità del teatro per educare alla ritualità dell’incontro.
Fare teatro per costruire una cittadinanza multi - culturale.
È urgente parlare d’integrazione come processo di non discriminazione e d’inclusione delle differenze, quindi di contaminazione e sperimentazione di nuove forme di rapporti e di comportamenti.
Occorre parlarne concretamente.
L’emergenza è quella di un progetto che si sviluppi in termini assolutamente concreti.
È necessaria la concretezza, per sperare che gli assenti tornino.
È fondamentale un lavoro concreto, fatto di corpi in uno spazio che cercano relazioni.
Il teatro come la città futura dove è possibile una cittadinanza multi - culturale, il teatro come luogo d’incontro dove il concetto d’appartenenza è messo necessariamente in discussione.

Si avverte l’assenza.
È paradossalmente evidente l’assenza di una coscienza critica e di una perenne, e quasi sempre inconsapevole stasi.
È il tempo dell’individualismo, dove tutti sono così impegnati ad occuparsi di se stessi, da non avere più tempo per pensare al bene comune.
Tutti sono così impegnati a comprare qualche cosa, da non avere tempo per nessuna altra cosa.
Chi vince è giusto, chi perde è nel torto.
Le portentose meraviglie dell’informatica come le luccicanti produzioni dei media o le straordinarie comodità delle tecnologie, ci fanno apparire il mondo odierno così delizioso e stupendo, che noi stessi finiamo con il desiderare di essere privati di qualunque contenuto e idea per convertire la nostra vita e noi stessi in beni di consumo.
I giovani, soprattutto i giovani, ne sono contagiati, deformati, trasformati.

Assenti.
Assenti i colpevoli, assenti le vittime.
Un meccanismo di continuo reset di memoria, che uniforma, azzera e dunque annulla.
Ci si assenta dalla vita reale.
Ci si assenta dall’essere cittadini.
Ci si assenta dagli altri.
Lo sguardo dell’altro è temuto, allontanato e, se invadente, fermato.
E, se occorre, fermato con violenza.
La capacità di farsi guardare da occhi altri per avere l’opportunità di conoscere meglio e più consapevolmente se stessi, è un’esigenza.
Occorre educare all’ascolto.
Ascolto come strumento necessario e fondamentale per la costruzione della comunità multi culturale, educare all’ascolto per spingere all’incontro.

Il movimento costretto dai nostri giorni ci obbliga a stare fermi, non abbiamo bisogno di uscire di casa, possiamo correre o svolazzare attraverso la rete, raccogliamo messaggi nati in angoli opposti del globo.
Restiamo incollati alle poltrone e ci spostiamo da un canale all’altro sullo schermo televisivo, entrando o uscendo, via cavo o via satellite, da spazi stranieri ad una velocità un tempo inimmaginabile.
Probabilmente gli esseri fermi più veloci mai esistiti.
Veloci a tal punto da non essere mai qualcosa di più che visitatori o turisti, così veloci da non poter rischiare di sentirci a casa nostra, ci muoviamo a scatto, da un posto all’altro, per paura di incontrare qualcuno che ci costringa a realizzare la nostra insicurezza. Incertezza esistenziale.
Il mondo continua a promettere sicurezza, stabilità, e noi continuiamo dunque a sognare, a tentare, a fallire.
Immersi più o meno coscienti nel mare fatto di liberalizzazione, flessibilità, competitività ed endemica incertezza, cerchiamo la salvezza individuale da problemi comuni.
Noi, stretti nei nostri prolungamenti, diventiamo l’unico elemento stabile in un mondo estremamente volatile.
Le estensioni di noi stessi, i nostri baluardi, vale a dire la nostra casa, i nostri beni, il quartiere in cui viviamo, diventano l’unico rimedio all’incertezza, al disagio.
Cresce dunque la diffidenza nei confronti di quanti ci circondano, in particolare degli estranei..
Da un certo punto di vista bizzarro, quanto perverso, la loro presenza è rinfrancante, perfino rassicurante, la paura difficile da inquadrare e definire ha ora un bersaglio concreto su cui focalizzarsi, ora sappiamo dove cova il pericolo.
Non sorprende che si senta parlare poco di incertezza esistenziale e moltissimo invece di minacce alla sicurezza delle strade, delle case, delle persone, e quanto si sente sembra corrispondere appieno alla nostra esperienza quotidiana. A quanto vediamo con i nostri occhi.
Allora si parla dei molteplici e possibili modi per migliorare la nostra vita, così come possiamo eliminare dal cibo sostanze pericolose, possiamo ripulire le strade da estranei imperscrutabili e potenzialmente letali.
Ci si fa strada in un campo di battaglia senza regole, dove i segnali con le istruzioni svaniscono prima che si possano leggere per intero.
La corsa all’oro non prevede un rimedio all’infelicità, la cura sta nei cancelli di ferro, nei videocitofoni, nelle ronde notturne.
La possibilità di un incontro non è prevista.
La distanza, valore un tempo ricco di significati, sembra non contare molto.
Sembra esistere soltanto per essere cancellata.
È forte la necessità di un lavoro sul territorio e di una parallela educazione ad essere pubblico, sviluppando una conoscenza reale e concreta del teatro.

In una città in cui si riscontra una grandissima presenza di strutture ed iniziative teatrali, lo spettro più preoccupante è quello dell’assenza di giovani, abituati ed educati ad essere pubblico, in teatri altrettanto abituati ad essere abitati solo da chi il teatro lo fa.
Abitati a metà.